La fidanzata e l’automobile

Il 1972 era l’anno in cui Mario Capanna teneva  i comizi a Milano ed anche il periodo in cui la lotta di classe si faceva più violenta, l’estrema destra,  l’estrema sinistra e le forze dell’ordine piangevano i loro morti e dalle nostre parti si parlava della strage di Peteano dove cinque carabinieri avevano perso la vita. Era l’inizio degli anni di piombo  e giungevano voci che  qualcuno di quelli che stavano con noi  sul muretto  cantando: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”  ora facevano parte della lotta armata.

Rossana era forse troppo giovane, ma ben determinata nelle sue intenzioni. Blue jeans stretti, maglione colorato e cappello nero a larghe falde, arrivava a scuola con il  “Califfo” verde carico di libri. Gli occhi neri brillavano come il suo sorriso, lo sguardo svelava i desideri e contemporaneamente un orgoglioso entusiasmo, mentre i capelli, biondo castani,  si ribellavano a qualsiasi imposizione, lottando per la libertà di sistemazione.

Davanti al bancone del bar io le rubavo il capello nero e lei con un’abile mossa si impossessava dei miei Ray Ban.

Ora avevo la fidanzata fissa, una FIAT 127 blu e frequentavo il primo anno di economia e commercio.

Le chiavi dell’auto stavano attaccate al  regalo che Rossana mi aveva fatto, due piccoli piedi in acciaio con sopra scritto: “ Ovunque ti seguirò” , un pegno d’amore che dava certezza nel futuro, ma visto con altri occhi poteva anche assumere il significato di una velata minaccia. 

 Il sei maggio del 1976 alle nove di sera, mentre gustavo una cena a base di asparagi,  la casa ha tremato tanto da farmi uscire con forchetta e coltello in mano e gli occhi che non potevano credere a ciò che vedevano, i cavi della corrente elettrica si tendevano come corde di un arco per poi liberare l’energia  tra mille scintille, le case venivano squassate lanciando tegole e calcinaci, gli alberi si scuotevano come mossi da una tempesta e gli uccelli volavano stridendo nel buio, un minuto con il fiato sospeso nella speranza che non ci crollasse tutto addosso, poi il silenzio. La mia città era rimasta in piedi,  nessuno ancora sapeva che poco più a nord il Friuli era crollato e le case, sicuro rifugio delle famiglie, erano diventate macerie che nascondevano mille morti.

Dovevo andare a vedere cos’era successo alla mia ragazza. Cercavo strade libere dai calcinaci per raggiungere il centro della città, mentre la gente in pigiama e a piedi scalzi, guardava verso la propria abitazione ascoltando  la radio che continuava a ripetere di non entrare nelle case.  Quando Rossana mi ha  visto senza parlare è entrata nella nostra  FIAT 127 come in un rifugio, poi insieme alle rispettive famiglie abbiamo deciso di andare in campagna a montare le tende; quale migliore occasione per svelare che ci saremmo sposati  nel mese di  giugno? La situazione era talmente  irreale che la nostra decisione, invece di preoccupare, infuse nei nostri genitori  un senso di continuità alla vita e fu accolta con comprensione.

Mamma e papà

Il 14 novembre del 1976, infilata dentro un sacco di lana colorato, abbiamo portato a casa Francesca nata la mattina di San Martino durante un temporale. Aveva le mani e i piedi piccoli e dopo poche ore aveva aperto dei grandi occhi grigio – verdi e rideva sodisfatta di esistere.

Superato il  periodo da senza tetto, la mia esistenza di marito, padre e studente lavoratore precario si svolgeva  in un vecchio appartamento vicino alla stazione ferroviaria.  Non potevamo desiderare  di meglio, eravamo insieme e allo stesso tempo liberi anche di sbagliare.

Le mie passioni non si limitavano alla moto, che ancora non avevo, ma andavo in montagna e addestravo il mio pastore tedesco Hansel  che con noi divideva l’appartamento devastandolo in combutta con Francesca.  Rossana s’era impegnata a seguirmi e lo faceva con piacere, anche se, qualche volta, avrebbe voluto rinunciare a certe imprese che sembravano azzardate.

Le moto

Durante la pausa pranzo del nuovo lavoro di cassiere precario in una banca del centro cittadino, invece di  fermarmi a mangiare il solito toast, rimasi a guardare una Ducati Scrambler 450cc, nera e cromata, con attaccato il cartello vendo.  La moto era parcheggiata di fronte ad uno degli atelier di Cesare Ragazzi,  il mitico parrucchiere  che si presentava con il tormentone:“Salve….sono Cesare Ragazzi” . Dal negozio uscì un garzone con una capigliatura a fitti ricci neri e con stampato in viso il sorriso di chi vuole vendere. La sua pretesa era di centocinquantamila  lire,  uno stipendio di allora , ma considerati gli innumerevoli difetti della moto ci accordammo per cinquantamila lire e spese a carico del venditore.

Avevo la mia prima moto.

L’accensione era piuttosto laboriosa, alle volte scalciavo per venti minuti prima di sentire il rombo del monocilindrico, poi fatta l’abitudine all’alza valvole e al pericoloso rinculo della pedivella i tempi d’accensione si sono ridotti a pochi istanti. 

La domenica alle sei di mattina  con lo zaino sulle spalle, occhiali da sci e cuffia di lana (allora non c’era l’obbligo del casco), salivo sulla Ducati e mi avviavo verso i sentieri di montagna, per poi lasciare la moto e proseguire a piedi fino alla cima.

Mentre stringevo tra le mani il manubrio e l’aria umida del mattino s’infrangeva sulla mia faccia, provavo la stessa sensazione di quando da bambino avrei voluto raggiungere le rondini.

Il lavoro fisso aveva dato maggior sicurezza economica alla nostra giovane famiglia e io tra bilanci, codici  e norme fiscali imparavo il lavoro per cui avevo studiato, rifiutando però di assumere l’aspetto di un rigido contabile , anche se la partita doppia non lasciava molto spazio alla fantasia.

Ricordo bene giovedì 16 marzo del 1978, perché in quel giorno Aldo Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse e  il postino mi consegnava una lettera raccomandata dove c’era scritto che avevo vinto la causa con la banca ed  ero stato assunto a tempo indeterminato  con il diritto a due anni di stipendi arretrati.  Avevo però  già un altro  impiego fisso, che non volevo abbandonare e poi non volevo fare una vita da bancario ed  ero anche sicuro, che per vendetta, i grandi capi  mi avrebbero mandato a lavorare in qualche sportello bancario di confine per tutta la vita, per cui  recatomi all’ufficio del personale, mi sono licenziato e  ho incassato gli stipendi arretrati e l’indennità di liquidazione.  Avevamo un bel gruzzoletto ed avremmo potuto acquistare lenzuola e padelle e poi sistemare gli arredi, ma di fronte al concessionario Guzzi non abbiamo avuto dubbi, il Ducati aveva segnato il suo tempo e  ci serviva una moto per due. 

La 850T stava in vetrina  nera, lucida, con i suoi prepotenti cilindri in mostra;   salito in sella  ho afferrato le morbide manopole e stretto le ginocchia sui suoi fianchi ammirando l’abbondante rotondità del serbatoio e la snellezza del posteriore, con lei non dovevo scalciare per metterla in moto, un leggero tocco del pollice su un delicato bottone rosso e dallo scarico, fatto di lucido acciaio, il motore faceva sentire la sua voce profonda e calma mescolata al ticchettio delle aste e dei bilancieri, poi un giro d’acceleratore e, come un predatore pronto allo scatto, la bestia si scuoteva mentre  il venditore preoccupato  della  “ sgroppata “ cercava di giustificarla: “No, No non si preoccupi è il cardano, lo fa solo da ferma, vedrà che in corsa la troverà dolce e ben equilibrata, non è una ribelle”.  Ingranata la marcia c’è stata subito intesa, anche il clok del cambio mi sembrava bello, i freni erano pastosi  e gli ammortizzatori seguivano le traiettorie senza scosse, la sentivo allegra, leggera e potente, ormai era mia. Il contachilometri segnava meno di duemila chilometri, con l’altro proprietario aveva fatto solo qualche innocente giretto , nulla d’importante , e sapeva ancora di nuovo.  Rossana  seguiva le pieghe in curva  senza esitazioni  e in accelerazione si aggrappava saldamente, il suo esame per l’ incarico di  zavorrina era superato e il posto garantito.  Francesca seduta tra me e il serbatoio ha bisbigliato sorridendo: “bevo aria”.

Le moto e i viaggi

La notizia che avevamo comprato la moto era giunta fino a degli amici di Milano che ci avevano invitato a fare un  viaggio in compagnia, così, martedì 9 maggio del 1978, cominciavamo a progettare l’avventura mentre la televisione trasmetteva il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una Renault 4 rossa ucciso dalle BR.

L’itinerario prevedeva la partenza da Milano attraversando i confini della Francia, per arrivare in Spagna, poi in Portogallo, quindi  scendere fino a Gibilterra da dove, con il traghetto, avremmo raggiunto l’Africa e attraversato il Marocco verso  Marrakech  e dopo aver superato l’Alto Atlante saremmo entrati  nel Sahara occidentale verso Mauritania e Algeria.

In Italia gli anni di piombo facevano paura, ma non quanto l’idea di raggiungere la Mauritania proprio ad agosto del ‘78 durante un colpo di stato e mentre il Marocco occupava il territorio del Sahara Occidentale.

Superato ogni timore abbiamo tracciato il nostro road book, attrezzato le moto e diviso tra i partecipanti gli attrezzi e i ricambi in caso di guasti.

Oltre alla mia Guzzi 850 T, c’erano altre tre nuovissime  moto, una BMW R 100 RS, un Guzzi SP 1000 e una Suzuki 750

La mia Guzzi  era attrezzata  con un vecchio portapacchi,  di un terribile color oro, sul quale avevo legato due valigie di cuoio da  postino,  poi  una borsa da serbatoio  comoda e nuova  in cui conservavo i documenti , una tuta antipioggia gialla e alcune cose di immediata utilità,  il resto  consisteva in un paio di  magliette,  jeans e stivaletti da moto e una giacca a vento che indossavo.  A guardarci, io e Rossana, non sembravamo attrezzati per un viaggio di quasi quindicimila chilometri, ma l’entusiasmo era tanto ed eravamo sicuri che la nostra nuova Guzzi poteva arrivare in capo al mondo.

La mattina del 3 agosto per prima cosa bisognava portare Francesca al mare dalla nonna e spiegarle che mamma e papà partivano in moto per il Marocco e al loro ritorno le avrebbero portato un Cicciobello negro, lei ci guardava imbronciata e forse pensava che un Cicciobello negro non valeva un viaggio così lungo.

La moto era pronta, non restava che imboccare l’autostrada  A4 e raggiungere il gruppo a Milano; la mattina successiva per noi iniziava il viaggio verso l’ignoto.

L’attraversamento della Francia prevedeva una sola una sosta per la benzina e quindi una tappa ad Andorra la Vella. Per giorni seguivamo il gruppo guardando il mondo che sfilava intorno a noi e, lungo la strada, villaggi e terre bruciate dal sole si alternavano alle grandi sagome dei tori di Osborne.

In Portogallo si poteva sentire l’odore dell’Oceano già dall’entroterra, mentre viaggiavamo all’ombra  degli alberi del sughero. 

Ogni sera sistemavo la moto, scaricavo i bagagli e cercavo di ricordare ogni strada e luogo, come volessi imprimere nella mente ogni immagine e nulla andasse perso,  perché la mia piccola macchina fotografica non poteva salvare le emozioni .

Gibilterra, solo  cinquanta minuti di navigazione tra Algeciras (Spagna) e l’Africa, poi tutto era cambiato. Lungo la strada per Marrakech il caldo appiccicoso si mescolava con la polvere attaccandosi alla pelle, gli odori delle spezie si mescolavano al pungente odore delle immondizie, suoni , rumori e voci s’intrecciavano confondendo la mia attenzione, ero sbalordito.

Seduto con le gambe incrociate al bordo strada mangiavo un melone bianco che sapeva d’Africa e mentre i dromedari aspettavano con pazienza, davanti a me sfilava un mondo disordinato, rumoroso, colorato e affascinante che, solo a guardarlo, cancellava ogni certezza.

Qualcosa non andava bene e non erano le moto o i luoghi. Le soste diventavano sempre più lunghe e la voglia di avventura sembrava consumarsi nelle stanze degli alberghi, la tensione nel gruppo aumentava.

Rossana ed io, affascinati dal Sahara, ci spingevamo  lungo piste sconosciute, per immergerci in quel mare di sabbia alla ricerca di novità e per vivere in solitudine esperienze e momenti da non dimenticare.

Molti chilometri dopo, ancora in Marocco, ma ormai sulla strada del ritorno, una mattina la Suzuki e il suo centauro non c’erano più, erano partiti per tornare in Italia lasciando alle nostre cure la compagna di viaggio.

Come poteva essere successa una cosa del genere?  Io e Rossana non avevamo capito nulla, il viaggio era il nostro solo scopo, mentre nel gruppo altre emozioni avevano preso il sopravvento. In quel momento abbiamo capito che quelle soste sempre più lunghe e la tensione nervosa che si diffondeva nel gruppo, non era dovuta a stanchezza, bensì ne erano la causa gelosie e tradimenti, perché nelle camere d’albergo e nelle oasi si consumavano amori clandestini.

Con le promesse d’amore era stato tradito anche lo scopo del viaggio, gli avventurosi  motociclisti del deserto si erano trasformati nei protagonisti di una telenovela  ed ora viaggiavamo verso casa in tre su una moto.

Tra passaggi con l’autostop e qualche tratto in motocicletta siamo giunti a Barcellona; era finita, dovevamo tornare a casa, gli altri si fermavano ancora un po’ per organizzare alla “zavorrina” appiedata il rientro con mezzi pubblici e di fortuna. Così io e Rossana siamo partiti la mattina presto, alcuni frettolosi saluti e poi milletrecento chilometri con poche soste e un tubetto di latte condensato per pranzo e cena.

 Mentre l’autostrada scorreva sotto le ruote della 850T e la pioggia lavava la sabbia del deserto, le immagini del viaggio si rincorrevano disordinate nella mente. Rivedevo la pista del deserto e venirci incontro nella polvere quel ragazzo romano con il Ciao blu, che ci chiedeva in che mese fossimo; poi il camion con l’assale anteriore spezzato e i conducenti marocchini che alla nostra offerta d’aiuto rispondevano: “No problema, quando il padrone si accorge che non arriviamo manda a cercare, oggi o domani “ e  il sole sopra le nostre teste, grande come non l’avevo mai visto, bianco come una luce al neon, sembrava emettere un suono battente che arroventava la sabbia sulla strada.  Stavamo viaggiando soli e ci sentivamo finalmente liberi, allora ho capito che non avremmo smesso ed anche che il nostro vagabondare non aveva più bisogno di compagnia.

Ogni agosto partivamo verso sud, o verso nord, senza meta fin dove la nostra moto e la nostra fantasia poteva arrivare. Grecia, Turchia, Armenia, Siria, Capo nord, Portogallo e ancora avanti  fino a consumare la nostra Guzzi 850T.


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